Premessa

Pasquale Gaeta, illuminato professore di inglese, in dodici anni (1978-1989) alla direzione del Circolo Nautico Stabia, pose le basi che hanno rivoluzionato il canottaggio campano e nazionale. Per ricordarlo, visto che anche in recenti manifestazioni si è glissato, consapevolmente o inconsapevolmente, sul suo ruolo determinante, ho ritenuto corretto rendere note le sue riflessioni, espresse pochi mesi prima di lasciarci, in una articolata e documentata relazione presentata alla cerimonia del Rotary, tenutosi il 12 marzo 2010, presso l’Hotel Stabia a Castellammare di Stabia.  In quella occasione  venne conferito il riconoscimento di “Stabiese illustre” a lui principalmente, all’incommensurabile  Giuseppe La Mura e al sottoscritto.

Oltre alle sue riflessioni, aggiornate al 2010, c’è il vissuto in prima persona delle imprese di quegli anni gloriosi espresso con la grinta e la passione che lo distingueva. Grazie Pasquale.


Antonio Venditti

La Relazione al Rotary: IL CANOTTAGGIO STABIESE: RIFLESSIONI 

Riflessioni sul Canottaggio Stabiese

Questa sera parliamo di canottaggio. Perché? E perché proprio ora? A mesi di distanza dai deludenti risultati dei Mondiali e degli Europei del 2009, gli appassionati di questo sport si chiedono cosa stia succedendo al canottaggio italiano. Si è tentati di fare una critica feroce alla strategia degli organi federali, ma non siamo qui per fare polemica. L’intento è mettere in evidenza alcuni aspetti della nostra esperienza in questo campo.

Possiamo far iniziare questa storia dal 1976, con l’arrivo di Giuseppe La Mura come allenatore del Circolo Nautico Stabia. Per noi era ed è o’ dottore. La sua forte personalità amalgama vecchi e nuovi atleti, trasformandoli in una “squadra”.

Castellammare è una città marinara e il naturale bacino di allenamento per il canottaggio è il mare. Tuttavia, in mare ci si allena con le “yole da mare” e non con gli “outriggers” (fuoriscalmi). Per questo, lo Stabia sembra tagliato fuori dalle competizioni nazionali e internazionali, che si svolgono in bacini chiusi e con i fuoriscalmi.

Bisogna accettare passivamente questo stato di cose? La domanda che si pone La Mura è al tempo stesso una scommessa: “Quando è che il mare è calmo e ci si può scendere in acqua senza affondare?”. La risposta: alle cinque del mattino! Chi non conosce “o’ dottore” avrebbe pensato e detto subito: “Chist’ è pazzo”. Quale atleta avrebbe accettato di fare una levataccia alle quattro e mezza del mattino per allenarsi? Ma il capo indiscusso ha parlato e la squadra esegue. Anche gli allievi, di 10-12 anni, che iniziano per gioco, man mano che respirano l’atmosfera che aleggia negli spogliatoi, chiedono ai loro allenatori: “Ma quando veniamo anche noi al mattino?”. Ecco la svolta del canottaggio stabiese: è nata una mentalità.

Ma il risvolto importante per la crescita civile e morale di questi giovani è anche un altro. Alle cinque del mattino, la banchina Marinella pullula di pescatori che riparano le reti, addugliano le lenze, sgottano i gozzi; si preparano a una giornata dura e faticosa. Gente per lo più anziana, avvezza al sacrificio, dura, di poche parole, che guarda con diffidenza questi ragazzi. Con la loro vivacità e allegria, i ragazzi portano un soffio di giovinezza nel loro mondo. Man mano si rendono conto che questi giovani hanno nel loro DNA la propensione al sacrificio, la voglia di emergere, di diventare qualcuno, e allora li “adottano”, li coccolano, si precipitano a salvarli quando in alto mare sono in difficoltà. Ma soprattutto spargono la voce: “I canottieri si allenano alle cinque del mattino. Sono dei ‘tosti'”.

E piano piano la città conosce questa realtà che è il Circolo Nautico Stabia, che ha una scuola di canottaggio “seria” che peraltro è gratis. Il canottaggio, che era considerato lo sport dei figli di papà, snob per antonomasia, si apre alla società intera. Il canottaggio stabiese diventa lo sport di chi vuole emergere, perché allo Stabia ci si deve impegnare, si devono fare sacrifici se si vogliono raggiungere risultati importanti. Questa è la mentalità vincente nello sport ma soprattutto nella vita.

Ed eccoci al 1977. Il C.N. Stabia è in crisi; gli atleti e i tecnici, con una lettera aperta alla città, denunciano il disinteresse dei dirigenti del club per lo sport, disattendendo lo statuto sociale. Il Consiglio Direttivo, con senso di responsabilità, si dimette. Allora due uomini, due Giuseppe, La Mura e Cesarano, individuano nel sottoscritto, ex canottiere senza palmarès, l’uomo che può guidare lo Stabia fuori dal pantano del canottaggio italiano.

Il Circo del canottaggio degli anni ’70 e ’80 non potrà dimenticare la figura dell’avvocato Cesarano. Onnipresente su tutti i campi di gara, con la stazza da canottiere, la battuta pronta e la risposta mordace, era il simbolo e il portavoce dello Stabia. Purtroppo, Giuseppe Cesarano, da tutti conosciuto come “Geppino”, a soli 43 anni fu chiamato a organizzare il tifo dei “Puri di Spirito” per lo Stabia e i suoi atleti.

Il nuovo Consiglio opera una svolta a trecentosessanta gradi. Tutte le energie si indirizzano, prevalentemente, a far uscire il canottaggio stabiese dalla palude della provincialità in cui è relegato. Ma le risorse sono insufficienti. Mancano le attrezzature, le barche sono superate e non più competitive, le trasferte per far gareggiare i nostri atleti in bacini lontani sono troppo costose per i magri bilanci del Club.

Si forma allora un “pool” che esamina i vari aspetti del problema, identifica le persone che devono impegnarsi a risolverli, stabilisce che non ci si deve fermare alle prime difficoltà ma, con pervicacia, trovare il modo di superarle. Pasquale Gaeta, Peppe La Mura, Antonio Venditti, a cui si aggrega in seguito il cardiologo Vincenzo Cavallaro, formano una squadra che per dodici anni combatte senza sosta, senza paura e senza risparmio di energia per raggiungere quei traguardi che ai più appaiono velleitari e distanti anni luce.

I dirigenti si fanno carico di reperire le risorse e propagandare la validità di questo meraviglioso sport, mentre lo staff tecnico e medico si impegna a studiare nuove metodiche di allenamento, a raffinare le tecniche di voga, ad approfondire la fisiologia dei singoli atleti per metterli nelle condizioni migliori, affinché possano esprimere tutta la loro potenzialità e dimostrare sul campo le loro capacità. Gli atleti, dal canto loro, avvolti nell’atmosfera che si respira nell’ambiente, assorbendo la filosofia che è stata messa alla base del loro sport, seguendo l’esempio dei più bravi, mostrano la loro tenacia e la voglia di primeggiare. Tutti si dimostrano fieri e orgogliosi di indossare la maglia giallo-blù che diventa il simbolo dell’abnegazione, del sacrificio, della voglia di vincere.

Per i successivi 15 anni gli atleti dello Stabia si collocano ai più alti vertici nazionali e mondiali. I risultati complessivi sono da Guinness dei primati: 5 medaglie d’oro e due d’argento in cinque Olimpiadi; 16 medaglie d’oro in 20 Campionati mondiali tra assoluti e pesi leggeri; innumerevoli partecipazioni e vittorie in gare internazionali; oltre 60 medaglie d’oro nei Campionati italiani (Juniores, assoluti e pesi leggeri), nonché una infinità di altri successi in regate regionali e nazionali. Lo Stabia da solo ha vinto più di tutta la FIC dalla sua fondazione. “Chapeau!”.

Il CONI, in quegli anni, insignì lo Stabia della più prestigiosa onorificenza sportiva: la STELLA D’ORO. Anche il sottoscritto fu insignito della Medaglia d’oro al merito sportivo, ma non l’ha mai ritirata. Negli ultimi 30 anni lo Stabia è stato la spina dorsale del canottaggio italiano e ancora oggi, atleti e tecnici che si sono formati alla scuola di La Mura sono i “jolly” che portano nelle squadre nazionali la loro mentalità vincente.

La Relazione al Rotary: L'EPOPEA DEL DUE CON E DI CICCIO ESPOSITO

 

Voglio ora raccontarvi, in particolare, l’esaltante epopea del Due con di Giuseppe e Carmine Abbagnale e del loro timoniere Peppiniello Di Capua, così come quella di Francesco “Ciccio” Esposito, e del loro allenatore Giuseppe La Mura.

È la prima volta che racconto in pubblico questa storia, gelosamente custodita nella mia memoria, e ho accettato di condividerla con voi stasera solo per le insistenze del vostro Presidente.

Si è scritto di tutto su questi personaggi. Decine di intervistatori e giornalisti hanno cercato di scoprire il segreto di un così lungo sodalizio, che si presentava senza apparenti incrinature o cedimenti. È stata anche realizzata una “fiction TV” di successo su questo fenomeno. Cercherò di analizzare le loro imprese rivelando la psicologia e le motivazioni profonde che ne stavano alla base. L’amore reciproco, per niente idilliaco, si presentava come un coacervo di sentimenti complessi che negli anni si sono andati modificando, sfilacciandosi e rinsaldandosi, andando in crisi e rinnovandosi.

Nel 1981, costituitasi la coppia Abbagnale, cominciò uno dei più fantastici cicli non solo nel canottaggio, ma in tutto lo sport italiano. Una specialità, quella del Due con, che si diceva in via di estinzione, subì invece, per merito dei fratelloni campani e del loro allenatore e zio Peppe La Mura, la più consistente evoluzione tecnica della storia del canottaggio. Giuseppe, Carmine e Peppiniello Di Capua sono ininterrottamente saliti sul podio di Mondiali e Olimpiadi dal 1981 al 1994, anno in cui la Federazione internazionale cancellò, con l’acquiescenza della FIC, il Due con dalle competizioni olimpiche. In tutti quegli anni le più agguerrite nazioni in questo sport hanno tentato, con i loro atleti più forti, di allestire una barca che potesse competere con gli Abbagnale. Invano.

Già nel 1977 vi erano state le prime avvisaglie di scontro che doveva finire in guerra aperta tra lo Stabia e la FIC, allorché il Due con di Giuseppe Abbagnale e Andrea Coppola, timoniere Giuseppe Di Capua, vinse a sorpresa i Campionati assoluti. L’incredulità dei federali fu tale che ci costrinsero a ripetere la gara. Ovviamente il risultato non cambiò. Nel 1978 salì in barca, dietro Giuseppe Abbagnale, Gennaro Cavaliere: ancora Campioni italiani. Nel 1979, al secondo carrello, subentrò Antonio Dell’Aquila: ancora Campioni italiani. Nel 1980, finalmente, il Due con fu selezionato per le Olimpiadi di Mosca. Purtroppo Dell’Aquila gareggiò con due costole incrinate a causa di un incidente stradale e non entrammo in finale per pochi decimi, ma vincemmo la Finale B. Eravamo però solo i settimi del mondo. Avevamo fatto un salto di qualità, ma non eravamo soddisfatti.

 

Da quel momento comincia la sfida: Giuseppe La Mura, “o’ dottore”, contro il norvegese Nilsen, che nel frattempo era stato nominato Commissario tecnico della Nazionale. Lo Stabia contro la FIC. Davide contro Golia. All’indomani delle Olimpiadi del 1980, La Mura scelse come compagno di barca di Giuseppe il fratello Carmine. Ma Nilsen, che aveva classificato Carmine, al suo primo anno senior, atleta di categoria B, si dichiarò contrario a questa formazione, predicando che solo atleti di due metri di altezza e cento chili di peso potevano primeggiare in una imbarcazione pesante e lenta come il Due con. Da quel momento in poi il “gruppo Stabia” identificò come il nemico, “lo straniero“, che freddamente presumeva di valutare gli atleti solo dai test al remoergometro e di laboratorio. Con la spavalderia degli incoscienti dichiarammo “guerra” alla Federazione e al suo tecnico straniero. Nelle mani del dottore il lento Due con divenne una barca veloce, filante e, ovviamente, vincente.

 

Alla ripresa degli allenamenti, a ottobre 1988, dopo la vittoria olimpica, fu Carmine a decidere di ritirarsi. Carmine, il taciturno, spiegava che non riusciva più a conciliare lo sport con il lavoro, una scusa di comodo. La verità è che si era stancato di litigare col fratello. Ancora una volta il gruppo si ricompose grazie ai buoni uffici dei dirigenti del Club che per giorni interi mediarono, consigliando, blandendo, rimproverando, riconoscendo i meriti e minimizzando i demeriti. Le regate di Lucerna 1989 dimostrarono che era stata fatta una buona preparazione invernale ma, soprattutto, esaltarono la bontà della scuola stabiese.

Ritengo necessario, per la completezza della storia, ricordare le terribili condizioni ambientali in cui nacque e si fortificò questo gruppo. Il terremoto del 1980 aveva reso inagibile l’hangar, per cui le barche erano su impalcature improvvisate nel giardino e nel campo da tennis. Il Circolo ospitava tre famiglie di terremotati e due classi di scuola elementare. Mancavano spogliatoi e docce. Eravamo ospiti del Circolo Velico. Il presidente venne condannato a 7 giorni di prigione per abuso edilizio: voleva soltanto ripristinare il vecchio capannone.

Ma all’indomani delle vittorie mondiali e olimpiche le autorità cittadine, provinciali e regionali si strinsero intorno a noi. In particolare il Sindaco De Stefano, il Sindaco D’Orsi e, successivamente, il Sindaco Polito si prodigarono per sostenere in ogni modo l’attività sportiva del CNS. Ottenemmo in poco tempo la licenza edilizia per ricostruire l’hangar e la palestra. Il CONI ci concesse i fondi per rifare le strutture che il terremoto aveva distrutto.

La Regione Campania stanziò i fondi per il “Palazzetto degli Sport del mare” che doveva ospitare, oltre a un più ampio deposito barche, anche e soprattutto una struttura di Alta specializzazione. Avevamo le competenze e gli uomini per creare un Centro d’avanguardia di Medicina dello sport. Purtroppo questa struttura, che poteva essere il fiore all’occhiello di Castellammare, è svanita nel nulla.

I Sindaci, da allora succedutisi, compreso l’attuale Sindaco Vozza, hanno sempre sostenuto la meritoria attività sportiva del Circolo.

Ho parlato finora esclusivamente del Due con. Mi sono lasciato il finale di questa storia per raccontarvi Ciccio Esposito. Ragazzo taciturno, dalla volontà ferrea, aveva dovuto combattere duramente per farsi accettare nel club dei canottieri. Dopo anni e anni di duri allenamenti era diventato tra i più forti “pesi leggeri” del mondo. Assieme a Verroca, poi a Gandola e infine a Crispi, ha vinto otto, dico otto, titoli mondiali nel Doppio pesi leggeri. La sua partecipazione alle Olimpiadi 1984 fu un evento eccezionale, sbaragliando assieme a Verroca tutti i doppi italiani. Furono selezionati per le Olimpiadi e per pochi secondi non salirono sul podio. La storia degli Abbagnale è strettamente legata a quella di Ciccio. Ogni mattina gli allenamenti diventavano una sfida continua: gli Abbagnale e Ciccio si alternavano a fare gli “sparring partner” e la “lepre” l’uno degli altri. Nessuno voleva perdere una “tirata”, tutti volevano far registrare il miglior tempo. E spesso Ciccio vinceva. Purtroppo all’epoca i “pesi leggeri” non erano una specialità olimpica e le vittorie mondiali non gli hanno decretato quel successo mediatico che le sue imprese avrebbero meritato.

Il clan degli Abbagnale si arricchisce, in quegli anni, del fratello minore, Agostino, che ha vinto, oltre a un’infinità di gare nazionali, internazionali e mondiali, tre Olimpiadi: due in Quattro di Coppia e una in Doppio. Il nome degli Abbagnale si impone ancora oggi: Vincenzo Abbagnale, figlio di Giuseppe, ha sbaragliato il campo nel 2009, vincendo a 16 anni il Campionato “ragazzi” in Due senza e in Otto con, e un mese dopo vincendo il Campionato “juniores”, categoria superiore, in Quattro con e in Otto con. In questi ultimi campionati lo Stabia schierava ben due Otto con, vincendo l’oro con uno e il bronzo con l’altro. Alla premiazione era una marea di maglie gialloblù.

Risultato: al Mondiale di Monaco 1981 vittoria a sorpresa del Due con dei “fratelloni d’Italia” e Peppiniello, come allora li identificò il cronista e commentatore sportivo Gian Piero Galeazzi. Ricordo la corsa che io, Geppino Cesarano e Gimmo Cuomo facemmo sul greto del bacino urlando come ossessi: “vai Peppe, non mollare Carmine!” e all’arrivo ci abbracciammo e piangemmo. Lo Stabia era sul tetto remiero del mondo. Mi corre l’obbligo qui di ringraziare Gian Piero Galeazzi che con le sue telecronache ha esaltato le vittorie degli Abbagnale, magnificando il gesto tecnico, scandendo il numero dei colpi in acqua con la voce spezzata dall’emozione man mano che la prua del Due con si avvicinava, davanti a tutti, al traguardo. L’anno successivo, ancora una volta il “norvegese” Nilsen, sminuendo in una sua relazione la vittoria di Monaco, diede la carica a tutti noi. Il gruppo si chiuse a riccio contro “lo straniero“. Gli allenamenti, durissimi quell’anno, affinando nel contempo la tecnica di voga, furono sopportati digrignando i denti che si venivano affilando per sbranare il nemico: i federali. Ai mondiali di Lucerna 1982 i fortissimi tedeschi della Germania dell’Est, nazione all’epoca all’avanguardia del canottaggio mondiale e che ogni anno faceva man bassa di titoli, dovettero inchinarsi alla supremazia degli Abbagnale e Di Capua. Ricordo quella vittoria per un episodio commovente. Durante la premiazione fui stritolato dagli abbracci di un folto gruppo di napoletani residenti in Svizzera che, piangendo, mi ringraziavano per aver dato loro la possibilità di vantarsi di essere meridionali e sfatare così i tanti e troppi luoghi comuni che dovevano ingoiare quotidianamente.

 

Il 1983 fu un anno di crisi. La crescente personalità di Giuseppe Abbagnale tendeva a mettere in discussione la “leadership” del dottore. I dirigenti dello Stabia, pur mediando, furono sempre dalla parte dell’allenatore, perché riconoscevano il suo insostituibile ruolo. Urla, improperi, lanci di megafoni e contacolpi fecero da corollario agli allenamenti dell’inverno 1983. Si arrivò al Mondiale 1983 con un gruppo in piena crisi, in cui malauguratamente il “norvegese” si alleò con Peppe contro “o’ dottore”. Il terzo posto di quel mondiale, anche se in parte imputabile all’irregolarità del campo di gara e al vento, lasciò tutti con l’amaro in bocca.

Il 1984, l’anno delle Olimpiadi, cominciava nel peggiore dei modi. La Mura dava le dimissioni da allenatore. Gli atleti, sbandati, senza la loro guida si “allenicchiavano” accusandosi reciprocamente dell’insuccesso. Ancora una volta l’appassionata mediazione dei dirigenti dello Stabia, riuscendo a non pubblicizzare la crisi e minimizzando i contrasti, riuscì a ricompattare il gruppo facendo leva sull’affetto profondo che i quattro uomini nutrivano l’un per l’altro, sull’amore per questo sport, sul desiderio di rivincita, sull’aspirazione a una vittoria olimpica. Il dottore riprese saldamente in mano le redini del gruppo che accettò le sue regole, i programmi e le metodiche di allenamento. Le Olimpiadi di Los Angeles 1984 e il Mondiale 1985 furono vinti a mani basse.

Nel 1986 la pesante sconfitta nella gara premondiale di Lucerna da parte del due con di Holmes e Redgrave demoralizzò Peppe. Si era convinto che in poco più di un mese non sarebbe riuscito a colmare i molti secondi inflittagli dai due inglesi e a nulla valsero i tentativi di convincerlo del contrario. Aveva perso fiducia in se stesso, nel fratello, nel timoniere, nell’allenatore. Ai mondiali di Nottingham 1986 infatti mancò di determinazione e perse l’oro per una punta. Ma ancora una volta la bruciante sconfitta rese possibile la riconciliazione del gruppo che mortificò tutti gli avversari nel Mondiale 1987 e nelle olimpiadi 1988. Ricordo che a Castellammare si facevano caroselli inneggiando agli Abbagnale, a Peppiniello, a Esposito, al dottore, al Circolo Nautico Stabia.

 

Il racconto si ferma alla vigilia dei mondiali di Bled 1989, allorché, dopo dodici anni, passai il testimone a un altro presidente. Quella decisione fu molto sofferta, ma mi ero reso conto che il braccio di ferro che avevo ingaggiato con la FIC, a lungo andare, avrebbe messo in difficoltà il Circolo. Ci voleva un presidente più pragmatico, meno partigiano, più diplomatico, mentre il sottoscritto, in tutti quegli anni, aveva brandito il vessillo gialloblù a mo’ di lancia, caricando a testa bassa tutti quelli che si frapponevano alle nostre aspirazioni.

Ma voglio ricordare, in conclusione, che lo Stabia non è stato soltanto fucina di campioni, ma anche di decine di tecnici che hanno ricalcato le metodologie di La Mura.

Andrea Coppola è stato per decenni l’allenatore del Posillipo e per due anni Tecnico della nazionale. Antonio La Padula è stato ed è nostro allenatore dopo La Mura. Coppola e La Padula sono stati per anni Responsabili tecnici delle Squadre nazionali e più volte nominati migliori allenatori italiani.

Sulla scia di La Mura si sono messi in luce Antonio Venditti, come Team manager della Nazionale Italiana di Canottaggio e Direttore amministrativo del Centro Nazionale di Piediluco; Agostino Abbagnale, Carmine Abbagnale, Ciccio Esposito, Gennaro Cavaliere, Maurizio Zingone, tutti allenatori di squadre nazionali e di club.

Bruno Zingone è uno dei più apprezzati arbitri di canottaggio italiani. Massimo Paradiso è stato vicepresidente del Comitato regionale campano. Giuseppe Abbagnale è stato per quattro anni vicepresidente della FIC e solo per sua scelta non ne è diventato il Presidente.

Va dato merito all’attuale presidente Tonino Cascone, che da circa 18 anni guida il CNS, di aver saputo contemperare le attività sociali e quelle sportive. L’intuito vincente è stato quello di delegare Peppe Abbagnale al settore canottaggio. E Peppe ha dimostrato di essere anche un infaticabile dirigente, alla ricerca costante di sponsor: in questi anni centinaia di migliaia di euro di sponsorizzazioni, tutte finalizzate allo sport, hanno reso possibile l’annuale abbigliamento sportivo per tutti gli atleti, il rinnovamento del parco barche, dei remoergometri e ultimamente anche l’acquisto di un meraviglioso pulmino.

Lo Stabia è stato, è e sarà un faro luminoso nel campo remiero italiano e spero che possa rimanere acceso a lungo. Oggi, come sapete, siamo qui per onorare gli atleti artefici di quella epopea e i successi del “dottore”, quale direttore tecnico della nazionale di canottaggio dal 1993 al 2004, quando fu costretto a dimettersi dall’incarico.

Nessun allenatore al mondo può vantare tale impressionante mole di risultati: gli equipaggi da lui assemblati e allenati hanno conquistato due ori, due argenti e quattro bronzi Olimpici; 29 ori, 19 argenti e 20 bronzi Mondiali nelle varie specialità, senza contare i Mondiali juniores e quelli Under 23.

La FISA, il massimo organo del canottaggio mondiale, ha nominato Peppe La Mura, “o’ dottore”, il miglior tecnico mondiale per l’anno 2003.

Vincere è poca cosa se non si è dentro primi… punta il cielo e… vola!” canta il poeta. E Peppe La Mura e tutti gli atleti del CNS hanno volato e ci hanno fatto volare più in alto di tutti. Grazie per averci fatto vivere inenarrabili momenti di gioia e felicità.

Pasquale Gaeta, Antonio Venditti e Giuseppe La Mura